La procreazione assistita: un luogo d'incontro per 
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ANALISI DI UN LINGUAGGIO IMPROPRIO
(I MODI DI DIRE DELLA PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA)

La stagione della fecondazione assistita per me è iniziata molti anni fa quando mi sono resa conto che solo attraverso l’ausilio della tecnica medica avrei potuto diventare mamma.
Allora si parlava di fecondazione artificiale  e, se si consulta un vocabolario d’italiano, la parola artificiale viene così spiegata:

  1. Agg. da artificium: “artificio”. Detto di ciò che è prodotto, ottenuto con artificio (specialmente in  contrapposizione a naturale);
  2. fatto a imitazione della natura con un procedimento tecnico;
  3. fig. artificioso non spontaneo.

Quindi già attraverso l’idioma italiano si tendeva a dare una connotazione negativa ed oltretutto errata perché nel percorso della fecondazione assistita non viene compiuto nessun atto di artificio ma c’è solo l’intervento del biologo e del medico.
Quindi è giusto definire questa terapia procreazione medicalmente assistita.
Diversamente il significato di fecondation artificial nella lingua inglese è più appropiato in considerazione del fatto che questi termini mettono in risalto l’intervento “modificatore” dello scienziato.
Per un argomento così personale ma comune a tutti, come la procreazione, le parole assumono molta importanza, risuonano nella mente e nel cuore e possono rassicurare ma anche insospettire ed impedire alle persone di avvicinarsi a queste tecniche, condizionandone la scelta.
Nei cicli di procreazione medicalmente assistita, proprio al fine di supplire ad una carenza di ormoni che sta alla base molto spesso della causa d’infertilità, vengono utilizzati farmaci come estrogeni e progesterone che sono ormoni necessari a stimolare l’ovaio alla produzione di ovociti e/o a preparare un ambiente uterino idoneo all’accoglimento e all’attecchimento degli eventuali embrioni.
La quantità di questi farmaci è quella “quanto basta” cioè è dosata per ogni paziente in base alle sue condizioni fisiche, alla sua età e alla risposta ottenuta gradualmente e monitorata contestualmente con controlli ematici ed ecografici.
Tutto questo procedimento viene condensato ed etichettato con due termini:
bombardamento ormonale”, come se il corpo femminile , e soprattutto la sua parte riproduttiva, diventata un bersaglio da distruggere.
Allo stesso modo, parlare di “congelamento” richiama alla mente scene quotidiane dove i prodotti alimentari vengono conservati nel ghiaccio dei congelatori domestici o industriali.
Dovremmo invece utilizzare e imporre il termine “crioconservazione”: metodo che si serve dell’azoto liquido per mantenere intatto i gameti maschili e femminili o gli embrioni in attesa di poter essere trasferiti nell’utero.
Il repertorio linguistico si arricchisce quando entriamo nel mondo della fecondazione dove è necessario l’ausilio di un donatore che ho sentito definire “il terzo incomodo” come se ci trovassimo di fronte ad un adulterio legittimato.
Stiamo parlando proprio della fecondazione detta eterologa; alla voce eterologo sul vocabolario si legge:

  1. detto di organo, tessuto o sostanza organica che proviene da una specie diversa da quella considerata e si contrappone al termine omologo dove invece sempre sul vocabolario è così scritto:
  2. detto di organo o struttura avente la stessa origine embrionale di uno o più altri, anche se funzioni diverse.

Ambedue i termini mi paiono imprecisi, devianti rispetto alla realtà dei fatti.
Considero invece corretta la parola “donazione” quando ci si riferisce all’utilizzo di gameti estranei alla coppia.
Mentre già sul termine “adozione di embrioni” ho qualche perplessità: in italiano per adozione s’intende complesso degli atti legali che attribuisce a chi è stato generato da altri, una posizione uguale o simile a quella di figlio legittimo.
Maternità surrogata” è un modo di dire orrendo, repellente; sul vocabolario vediamo come si parla del surrogato:

  1. prodotto alimentare di minor valore usato al posto di un altro genuino; succedaneo
  2. ciò che sostituisce un’altra cosa in modo incompleto, imperfetto.

Qui ci sarebbe da dire tanto, però possiamo anche solo sottolineare che si da già un giudizio discriminatorio di diversità e d’inferiorità.
Bel modo di rispettare la vita e di voler bene ai bambini!
Anche  “utero in affitto” è brutto, pone subito l’accento sul compenso dovuto a chi da in affitto o in locazione e contribuisce a spostare l’ago della bilancia verso il segno negativo.
Vorrei che ci ricordassimo che le coppie che accedono alle tecniche con ricorso ai donatori sono comunque la minoranza rispetto alla folta popolazione medicalmente assistita, così come sono la minoranza le mamme-nonne.
Ecco un altro termine che tenta di gettare disprezzo e colpa su chi, come me, dopo tanti anni di percorsi sbagliati e fallimentari ha trovato finalmente la strada giusta ed è arrivato al traguardo che è solo l’inizio di una nuova vita accompagnati da persone stupende, i nostri figli, che ci guardano con gratitudine e con coraggio.
A questi sguardi noi dobbiamo rivolgerci con altrettanta sicurezza data dall’amore che ci ha sempre accompagnato in queste scelte di vita.
E’ straordinario, direi, che una donna diventi nonna senza essere stata mamma e che questo termine “nonna”, da sempre sinonimo nelle fiabe e nella tradizione di dolce accoglimento, venga per la prima volta usato in modo spregevole.
Vorrei concludere con altri due modi di dire:
elaborazione del lutto” da un lato e “accanimento terapeutico” dall’altro che in questo contesto rappresentano soltanto due frasi ad effetto.
Elaborazione del lutto richiama immediatamente scenari di morte e  funerei; è vero che in psicoanalisi sta ad indicare l’elaborazione di una perdita reale o simbolica che conduce ad una nuova presa di coscienza, ma appiccicare un’etichetta psicanalitica ai cicli terapeutici della fecondazione assistita mi sembra arduo.
Laddove ci si trova di fronte al fallimento di una tecnica medica, credo che sia giusto parlare di frustrazione e delusione per la mancata gravidanza.
Quando in ambito medico sento parlare di accanimento terapeutico lo avverto come una contrapposizione ai principi della medicina, credo che non possa far parte del modo di lavorare del medico che è colui che si occupa della salute e della vita dei pazienti.
L’accanimento è tenacia, ostinazione ma anche odio, furia contro qualcuno (quasi un perseguitare, un infierire).
Può mai associarsi alla parola terapeutico che ha a che fare con l’ abilità alla cura?
A maggior ragione diventa una strumentalizzazione ideologica parlare di accanimento terapeutico nel campo della PMA  dove occorre invece sottolineare la necessità di perseveranza, di fiducia e di desiderio di vita.
Il medico e la medicina sono al servizio del paziente, della sua guarigione e l’aspetto narcisistico di un eventuale successo o il compenso in danaro sono elementi del tutto secondari alla professione.

Dott.ssa Patrizia Battistini

 
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